La reliquia…

Alle nove, per ristabilire la superiorità del sacro sul profano, c’era la processione. La statua del martire, in legno scuro, munita di preziosa e miracolosa reliquia (un dito medio), attraversava le strade del paese, cosparse di fiori profumati, in un brulichio di lumini rossi e d’inni sacri.

Alle undici tutto il paese, raccolto sul grande piazzale antistante la chiesa, salutava a dovere
san Macario coi fuochi d’artificio: per un anno nessuno l’avrebbe più considerato, nemmeno per una grazia minima, ma quella sera tutti gli dedicavano un pensiero, ed era bello immaginarselo fiero e gongolante in cielo, con tutta l’accolita dei santi che si complimentava e gli dava generose pacche sulle spalle.

L’ombelico di Adamo, pg 126

reliquiario san macario

Il reliquiario conservato nella chiesa di Cùzzole

Non si tratta di leggerli, ma di abitarli…

Il miglior modo di leggere i libri è il più semplice, ma è proprio di grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”.

Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro. Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano a essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso.

Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono a un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.

Ennio Flaiano

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Leo…

Esco e aspiro una boccata ampia, incamminandomi con passo incerto verso casa. Mi rilasso leggermente: ho troppo bevuto e troppo ricordato, e rischio una dissociazione doppia, fisica e temporale. Mi metto alla ricerca di percezioni reali, tattili, sensoriali. Faccio scorrere le dita sulla palizzata di un giardino, infilo il piede in una pozzanghera, spalanco la bocca il più possibile e faccio entrare vento e aria. Devio poi dal percorso abituale per immergermi in una piazza affollata, e mi lascio trasportare come un tronco dalla corrente, i sensi spalancati ad ogni inezia.

È arrivato il momento di isolarmi in un’altra stanza della notte, più piccola, sperduta, e barricarmi come quella prima sera, inginocchiato ad ammirare Viola, incorniciata dai bordi sfuggenti della serratura, le sue mani che lentamente portano il cibo alle labbra, e gli occhi, che quando si spostano nella mia direzione sono lampi di luce viva nella cucina in ombra. È la prima immagine di lei. L’ho impressa a fuoco, da qualche parte, dentro.

da L’ombelico di Adamo, pg. 69

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Foto di Ekaterina Planina tratta dal sito fineartamerica.com