Dove si parla di me e del risotto di Gadda…

L’estratto di una mia intervista rilasciata ad Alessandro Noseda per il blog “Giallo e Cucina”.

stefano tofani

Ciao Stefano, ci racconti chi sei e perché leggi e scrivi?
Conduco una vita normale: ho un lavoro, una compagna, due bambini. Ma ogni tanto sento il bisogno di rifugiarmi in una realtà parallela, solo mia. Leggere è un piacere, scrivere quasi una necessità. Infatti quando sto senza scrivere per un po’ di tempo sento come una mancanza: è qualcosa di più di una passione e ho sempre scritto per me, per il piacere di farlo. Se poi arriva anche l’apprezzamento dei lettori e degli addetti ai lavori, com’è stato per L’ombelico di Adamo, è anche gratificante, una soddisfazione doppia.

Sei uno scrittore eclettico, che cambia spesso timbro e stile?
Nel romanzo ho cambiato timbro e stile, perché si alternano due parti scritte in terza persona a due parti scritte in prima persona (dove i due personaggi sono rispettivamente un uomo e una donna). Le parti in terza persona mi consentono una libertà maggiore: è lì che esce la vis comica e lo stile è ricco ed elaborato. Le parti in prima persona portano invece alla luce i pensieri dei protagonisti e com’è naturale che sia lo stile è più intimista e scarno.
Nei racconti (finora ne ho pubblicati una decina, quasi tutti con 80114 edizioni) adeguo lo stile alla storia che racconto, o al personaggio che parla.

Dove trai ispirazione?
Tutte le storie che ho scritto sono storie di vita quotidiana. Niente thriller, niente giallo, niente elementi fantastici. Solo “L’ombelico di Adamo” assume ad un certo punto una connotazione gialla: c’è infatti un omicidio, e ci sono le relative indagini, ma restano in secondo piano. Quello che mi interessa veramente è la cosiddetta commedia umana. Lo stesso esergo chiarisce le mie intenzioni. È una frase di Ennio Flaiano: “E pensare che questa farsa durerà ancora miliardi di anni, dicono”.

Prendi in prestito dalla realtà o dai pieno spazio alla fantasia?
Le storie sono tutte frutto della mia fantasia, ma certo hanno dei legami con la realtà che mi circonda o con il mio vissuto. Così come i personaggi.

Dove scrivi? carta e penna o direttamente al p.c.?
Direttamente al PC e possibilmente a casa. Ma mi è capitato anche di scrivere in biblioteca sempre al PC. Carta e penna però sono sempre con me: ho un quadernetto per appuntarmi idee, situazioni, frasi…

Raccontaci del tuo ultimo nato. Come è sbocciata l’idea?
Volevo creare un mistero sul quale una piccola comunità com’è quella di un paese si interrogasse e facesse le ipotesi più svariate… Questa è stata l’idea iniziale: sapevo che poi la storia sarebbe venuta fuori grazie all’intreccio delle voci, delle storie. Così mi è venuto in mente di far comparire di notte, dal nulla, una statua maschile nella piazza principale. Per renderla più misteriosa ho aggiunto una mascherina sugli occhi e le ho messo un mappamondo in mano. Non bastava, doveva anche essere pruriginosa, ed ecco che mi è venuta l’idea di farle indossare un perizoma leopardato. Chi raffigurava? Chi ce l’aveva messa? Perché? Io stesso non lo sapevo all’inizio…

Perché questo titolo “L’ombelico di Adamo?”
Nel romanzo compare una raffigurazione del Paradiso Terrestre, e Adamo, come in tutte le sue raffigurazioni (da quella di Michelangelo in giù), ha l’ombelico. Eppure, essendo non partorito, l’ombelico non dovrebbe avercelo. L’ombelico di Adamo diventa così una metafora del romanzo: come a dire qualcosa che c’è ma non ci dovrebbe essere. O anche: un errore, un’inesattezza che diventa verità consolidata, qualcosa che nessuno mette in discussione, come tutte le chiacchiere, i pettegolezzi, le bugie che stratificandosi diventano più vere della verità.

Quando scrivi segui una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?
Inizio a scrivere da una situazione, da un’immagine, e scopro io stesso la storia a poco a poco, scrivendo. Se sapessi già come va a finire, mi annoierebbe. E così mi lascio guidare dai personaggi e a volte (sembra assurdo ma è così) dalle parole che mi vengono in testa. Una parola piuttosto che un’altra può cambiare una frase, un periodo, quindi un’intera scena, portare la trama da una parte piuttosto che da un’altra. La forma in questo caso s’impone sul significato. Sono molto attento al suono, allo stile, alla melodia della frase.

Quali ricordi come maggiori difficoltà?
Quando scrivo non ho grosse difficoltà. L’unica vera grande difficoltà è trovare il tempo da dedicare alla scrittura. Qualche ora di fila senza interruzioni o distrazioni.

Del rapporto con l’editor cosa puoi dirci?
Il rapporto con l’editor, Valentina Capogna, è stato ottimo. Ci siamo scambiati alcune mail con le sue osservazioni e le mie contro-osservazioni, fino ad arrivare alla versione finale. I cambiamenti non sono stati molti (qualche taglio, qualche aggiustamento) ma hanno sicuramente migliorato il romanzo. Colgo l’occasione per ringraziare Valentina pubblicamente.

Descriviti come lettore. Hai un genere preferito o spazi a seconda del momento, dello stato d’animo?
Non ho un genere preferito ma prediligo i libri ben scritti a quelli con una trama avvincente, e autori che hanno uno “stile”. Per restare agli italiani: Landolfi, Bufalino, Biamonti, Tondelli, Tabucchi, Buzzati, Gadda… Ma anche Camilleri, Campanile, Malvaldi. Leggo veramente di tutto: ora sul comodino ho “Il gatto” di Simenon e l’esilarante “Caffè del Borzacchini” del Maestro Giorgio Marchetti.

Un suggerimento ad un collega esordiente che ha la sua storia nel cassetto e non ha trovato ancora nessun editore interessato a pubblicarla?
Io ho pubblicato grazie alla vittoria di un concorso (il Premio Villa Torlonia) indetto dalla Giulio Perrone Editore. Passare attraverso un concorso in certi casi può essere una scorciatoia da tenere in considerazione, e comunque dà la misura del proprio lavoro.

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico?
All’inizio non è stato facile, sono piuttosto timido. Devo dire però che mi sono abituato abbastanza in fretta e anche se finora non ho fatto molte presentazioni, nelle ultime mi sono sentito più sciolto.

Una domanda che ti ha messo in difficoltà?
Ne “L’ombelico di Adamo”, come ho detto prima, la statua indossa un perizoma leopardato, e durante la presentazione del romanzo a Pisa Marco Malvaldi (un mito) mi ha chiesto se secondo me qualcuno lo indossa perizoma leopardato. Non sapendo che rispondere mi sono salvato in corner “Non lo so…” gli ho detto “Io comunque lo trovo parecchio comodo…”

Come di consueto, ti ringraziamo dell’invito e ti chiediamo di chiudere con una ricetta ed una citazione!
La ricetta non può essere che quella, meravigliosa, del risotto alla milanese scritta da Carlo Emilio Gadda. Ne riporto uno stralcio:

“Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l’aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po’ per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella « marginale », che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti-ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po’ meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino. Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dei e reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro « risotto alla milanese » ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche: per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta. Non ingannare gli dei, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadagno. No!”

La citazione è una frase di Victor Hugo: “Dio non ha fatto che l’acqua, ma l’uomo ha fatto il vino!”

Rileggendo Dino Buzzati…

Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

buzzati