Marco Malvaldi recensisce “L’ombelico di Adamo”…

Sul quotidiano La Stampa, nell’inserto Tuttolibri, lo scrittore Marco Malvaldi, famoso per la serie dei vecchietti del BarLume pubblicata da Sellerio, ha trovato L’ombelico di Adamo “una commedia all’italiana dove si ride parecchio ma di cose serissime”. Ma non solo…

Scrive Malvaldi: “Al di là dei personaggi e dell’indubbia qualità linguistica dell’autore, il punto di forza di questo libro è la sua giocosità. Il mistero sottostante si rivela una splendida metafora di come gli uomini siano inconsapevoli della propria ignoranza, e agiscono come se sapessero tutto quando invece ignorano molto di quello che succede sia fuori che dentro di loro.

Cosa di cui Stefano Tofani, invece di spiegarla in seicento pagine di prosa ampollosa e convinta, ci convince con la sua scrittura veloce, spassosa e irriverente, priva di quelle volgarità gratuite con cui sempre più spesso denunciamo palesemente la nostra incapacità di argomentare”.

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Un libro delizioso…

Il blog Tempoxme Libri ha trovato L’ombelico di Adamo di Stefano Tofani “un libro delizioso, che si legge con piacere grazie alla scrittura curata; che fa sorridere grazie all’ironia dell’autore, che mostra di avere uno sguardo penetrante, capace di scandagliare gli animi umani”… continua a leggere

Ma sullo stesso blog ci sono anche 10 buoni motivi per NON leggere L’ombelico di Adamo… Come decidere??? Ecco i 10 motivi…

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Maschere che fanno ridere e pensare…

La bellissima recensione di Finzioni Magazine

“Leggendo L’ombelico di Adamo, di Stefano Tofani, sembra di ripiombare in uno dei tanti film di Totò. E la verve linguistica ne scaturisce di riflesso. C’è la location ideale: Cùzzole, un paesino “di passaggio, pigro e anonimo” come tanti altri paesini disseminati nello stivale. Ci sono i personaggi giusti: il brigadiere e l’appuntato, il sindaco mafioso e il prete mangione, il barista chiacchierone e tutta un’umanità varia, ma ben presente a chi abbia visto almeno un film di Totò e poi ancora di Monicelli, Risi o altri classici della commedia all’italiana.

E poi c’è un mistero, ma in fondo è marginale. La comparsa di una misteriosa statua mascherata e, a seguire, di un morto che sembra avere le stesse fattezze della statua in questione, per quanto elementi centrali ai fini del racconto, sono contestuali – come se fossero parte anche loro di un grande gioco linguistico che mira a mostrare e nel contempo a mascherare un pezzo di Italia. E certe maschere fanno ridere, sì, ma fanno anche pensare”.

Leggi tutta la recensione su Finzioni Magazine

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L’annegato più bello del mondo, di Gabriel Garcia Marquez

In un libro ogni lettore trova un riferimento diverso, legato al suo vissuto, alle letture passate. È un onore che L’ombelico di Adamo sia riuscito ad evocare anche un bellissimo racconto di Gabriel Garcia Marquez. Questo.

L’annegato più bello del mondo (in “La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata”, Mondadori)

I primi bambini, che videro il promontorio scuro e circospetto che si avvicinava dal mare si fecero illusione che era una nave nemica. Poi videro che non portava né bandiere né alberatura, e pensarono che fosse una balena. Ma quando si incagliò sulla spiaggia gli tolsero i cespi di sargassi, i filamenti di meduse e i resti di banchi e di naufragi che si portava addosso, e soltanto allora scoprirono che era un annegato. Avevano giocato con lui tutto il pomeriggio, seppellendolo e disseppellendolo nella sabbia, quando qualcuno li vide per caso e gridò allarme nel villaggio. Gli uomini che lo trasportarono fino alla casa più vicina notarono che pesava più di tutti i morti conosciuti, tanto quasi come un cavallo, e si dissero che forse era stato troppo tempo alla deriva e l’acqua gli si era cacciata dentro le ossa.

Quando lo stesero per terra videro che era stato molto più grande di tutti gli uomini, perché ci stava a malapena nella casa, ma pensarono che magari la facoltà di continuare a crescere dopo la morte era nella natura di certi annegati. Aveva l’odore del mare, e soltanto la forma permetteva di supporre che era il cadavere di un essere umano, perché la sua pelle era rivestita di una corazza di remora e di fango. Non dovettero pulirgli la faccia per sapere che era un morto estraneo. Il villaggio aveva appena una ventina di case di tavole, con cortili di sassi senza fiori, sbandate sull’estremità di una punta desertica. La terra era così scarsa, che le madri vivevano nella paura che il vento si portasse via i bambini, e i pochi morti che gli anni gli andavano cagionando dovevano gettarli giù dalle scogliere. Ma il mare era placido e prodigo, e tutti gli uomini ci stavano in sette barche. Sicché, quando trovarono l’annegato, bastò che si guardassero l’un l’altro per rendersi conto che c’erano tutti.

Quella notte non uscirono a lavorare in mare. Mentre gli uomini si accertavano se non mancava nessuno nei villaggi vicini, le donne rimasero a curare l’annegato. Gli tolsero il fango con stoppacci di sparto, gli districarono dai capelli i cardi sottomarini e gli raschiarono la remora con ferri da squamare i pesci. A mano a mano che lo facevano, notarono che la sua vegetazione era di oceani remoti e di acque profonde, e che il suo vestito era a brandelli, come se avesse navigato attraverso labirinti di coralli. Notarono anche che sopportava la morte con alterezza, perché non aveva il sembiante solitario degli altri annegati del mare, e nemmeno la cera sordida e da bisognoso degli annegati fluviali. Ma soltanto quando finirono di pulirlo ebbero coscienza della classe d’uomo che era, e allora rimasero senza fiato. Non solo era il più alto, il più forte, il più virile, il più armato che esse avessero mai visto, ma anche mentre lo stavano vedendo eccedeva la loro immaginazione.

Non trovarono nel villaggio un letto abbastanza grande per allungarlo, né una tavola abbastanza solida per vegliarlo. Non gli andavano né i calzoni da festa degli uomini più alti, né le camicie domenicali dei più corpulenti, né le scarpe del più piantato. Affascinate dalle sue sproporzioni e dalla sua bellezza, le donne decisero allora di fargli un paio di calzoni con un bel pezzo di vela brigantina, e una camicia di tela Olanda da sposa, perché potesse continuare la sua morte con dignità. Mentre cucivano sedute in cerchio, contemplando il cadavere tra punto e punto, sembrava loro che il vento non era stato mai tanto tenace né i Caraibi tanto ansiosi come quella notte, e supponevano che quei cambiamenti avevano qualcosa a che vedere col morto. Pensavano che se quell’uomo magnifico fosse vissuto nel villaggio, la sua casa avrebbe avuto le porte più ampie, il soffitto più alto e il pavimento più saldo, e il telaio del suo letto sarebbe stato fatto di costa maestra con perni di ferro, e la sua donna sarebbe stata là più felice.

Pensavano che avrebbe avuto tanta autorità che per cavare i pesci dal mare gli sarebbe bastato chiamarli coi loro nomi, e avrebbe messo tanto impegno nel suo lavoro da far sgorgare sorgenti tra le pietre più aride e da poter piantare fiori sulle scogliere. Lo paragonarono in segreto ai loro uomini, pensando che non sarebbero stati capaci di fare in tutta una vita ciò che quell’uomo era capace di fare in una notte, e finirono per ripudiarli nel fondo dei loro cuori come gli esseri più squallidi e meschini della terra. Andavano smarren dosi lungo quei dedali di fantasia, quando la più vecchia delle donne, che essendo la più vecchia aveva contemplato l’annegato con meno passione che compassione, sospirò: «Ha la faccia di chiamarsi Esteban». Era vero. Alla maggior parte di loro bastò guardarlo di nuovo per capire che non poteva avere altro nome. Le più cocciute, che erano le più giovani, si mantennero nell’illusione che una volta vestito, disteso tra fiori e con un paio di scarpe di vernice, si potesse chiamare Lautaro. Ma fu un’illusione vana.

La tela risultò scarsa, i calzoni mal cuciti e peggio tagliati gli andarono stretti, e le forze occulte del suo cuore facevano saltare i bottoni della camicia. Dopo mezzanotte si assottigliarono i sibili del vento e il mare cadde nel sopore del mercoledì. Il silenzio mise fine agli ultimi dubbi: era Esteban. Le donne che lo avevano vestito, quelle che lo avevano pettinato, quelle che gli avevano tagliato le unghie e raspato la barba non poterono reprimere un brivido di compassione, quando dovettero rassegnarsi a lasciarlo lungo e disteso per le terre. Fu allora ché compresero quanto aveva dovuto essere infelice con quel corpo madornale, se perfino dopo morto ne era impacciato.

Lo videro condannato a vita a passare di traverso per le porte, a rompersi la testa contro gli architravi, a restarsene in piedi durante le visite senza sapere cosa farsene delle mani tenere e rosee da bue di mare, intanto che la padrona di casa cercava la sedia più resistente e lo supplicava morta di paura si sieda qui Esteban, per favore, e lui appoggiato alle pareti, sorridendo, non si preoccupi signora, sto bene così, coi talloni ridotti carne viva e la schiena arroventata a furia di ripetere la stessa cosa in tutte le visite, non si preoccupi signora, così sto bene, solo per non correre la vergogna di schiantare la sedia, e magari senza aver mai saputo ché quelli che gli dicevano non andartene Esteban, aspetta almeno finché bolle il caffè, erano gli stessi che poi sussurravano finalmente se n’è andato lo stupido grande, che bellezza, se n’è andato lo scemo bello. A questo pensavano le donne davanti al cadavere un po’ prima dell’alba. Più tardi, quando gli coprirono la faccia con un fazzoletto perché non gli desse fastidio la luce, lo videro così morto per sempre, così indifeso, così simile ai loro uomini, che sentirono aprirsi le prime crepe di lacrime nel cuore. Fu una delle più giovani a cominciare a singhiozzare.

Le altre, incorandosi l’un l’altra, passarono dai sospiri ai lamenti, é tanto più singhiozzavano quanto più voglia sentivano di piangere, pere l’annegato gli continuava a diventare sempre più Esteban, finché lo piansero tanto che fu l’uomo più derelitto della terra, il più docile e il più servizievole, il povero Esteban. Cosicché, quando gli uomini tornarono con la notizia che l’annegato non era nemmeno dei villaggi vicini; esse sentirono un vuoto di giubilo tra le lacrime. « Dio sia benedetto » sospirarono: « è nostro! ». Gli uomini credettero che quelle smancerie non fossero altro che frivolezze di donne. Stanchi delle tortuose indagini della notte, avevano solo voglia di togliersi di mezzo una volta per sempre l’impaccio dell’intruso prima che si accendesse il sole aspro di quel giorno arido e senza vento. Improvvisarono una barella con avanzi di trinchetti e di bome, e li legarono insieme con scasse d’altura, perché potessero resistere al peso del corpo fino alle scogliere. Vollero incatenargli un ancora da nave mercantile in modo che se ne andasse a picco senza inciampi nei mari più profondi dove i pesci sono ciechi e gli scafi muoiono di nostalgia, cosicché le correnti cattive non lo riportassero per caso a riva, com’era successo con altri corpi.

Ma più si affrettavano e più cose venivano in mente alle donne per perdere tempo. Giravano come galline spaventate becchettando amuleti del mare nelle arche, certe intralciando qui perché volevano mettere all’annegato gli scapolari del buon vento, altre là per allacciargli un braccialetto d’orientamento, e dopo tanto togliti di lì donna, mettiti dove non disturbi, guarda che mi fai quasi cadere sul defunto, agli uomini salirono al fegato i sospetti, e cominciarono a borbottare a che pro tanta ferraglia da altar maggiore per un forestiero, se per quante tolle e tollini si portasse addosso se lo sarebbero masticato i pescecani, ma le donne continuavano a brancicare le loro reliquie da paccottiglia, recando e riportando, inciampando, mentre se ne andava in sospiri quello che non se ne andava in lacrime, di modo che gli uomini finirono per sacrare che da quando in qua un trambusto simile per un morto alla deriva, per un annegato di nessuno, per uno sfasciume di merda. Una delle donne, mortificata da tanta insolenza, tolse allora il fazzoletto dalla faccia del cadavere, e anche gli uomini rimasero senza fiato.

Era Esteban. Non ci fu bisogno di ripeterlo per farglielo riconoscere. Se gli avessero detto Sir Walter Raleigh, perfino loro si sarebbero impressionati per il suo accento da gringo, per il suo cacatoa sulla spalla, per il suo archibugio da ammazzare cannibali, ma Esteban poteva essere soltanto uno al mondo, ed eccolo lì bell’e tirato come un agone, senza stivaletti, con certi calzoni da settimino e con quelle unghie marnose che potevano essere tagliate solo a coltello. Bastò che gli togliessero il fazzoletto dalla faccia per rendersi conto che si stava vergognando, che non aveva colpa di essere così grande, così pesante e così bello, e se avesse saputo che sarebbe successo tutto quel trambusto avrebbe cercato un luogo più discreto per annegarsi, sul serio, mi sarei legato io stesso un’ancora da galeone al collo e avrei incespicato come a non farlo apposta sulle scogliere, per non andare in giro a dar fastidio con questo morto di merenda, come loro dicono, per non dare fastidio a nessuno con questa porcheria di sfasciume che non ha niente a che vedere con me.

C’era così tanta verità nel suo modo di essere, che perfino gli uomini più sospettosi, quelli che sentivano amare le minuziose notti del mare temendo che le mogli si stancassero di sognare loro per sognare annegati, perfino quelli, e altri più duri, rabbrividirono fin nelle midolla per la sincerità di Esteban. Fu così che gli fecero i funerali più splendidi che potevano essere concepiti per un annegato esposto. Alcune donne che erano andate a cercare fiori nei villaggi vicini tornarono con altre che non credevano a quello che le contavano, e queste andarono a cercare altri fiori quando videro il morto, e ne portarono altri ed altri, finché ci furono così tanti fiori e così tanta gente che a malapena si poteva camminare. All’ultimo momento spiacque a tutti restituirlo orfano alle acque, e gli scelsero un padre e una madre tra i migliori, e altri gli si fecero fratelli, zii e cugini, cosicché tramite lui tutti gli abitanti del villaggio finirono per essere parenti tra loro. Certi marinai che udirono il pianto a distanza persero la certezza della rotta, e si seppe di uno che si fece legare all’albero maestro, rammentando antiche favole di sirene. Mentre si disputavano il privilegio di trasportarlo a spalla lungo la ripida scarpata delle scogliere, uomini e donne ebbero coscienza per la prima volta, della desolazione delle loro viuzze, dell’aridità dei loro cortili, della ristrettezza dei loro sogni, di fronte allo spendore e alla bellezza del loro annegato.

Lo lasciarono andare senz’ancora, perché potesse tornare se voleva, e quando lo volesse, e tutti trattennero il fiato per la frazione di secondo che durò la caduta del corpo fin nell’abisso. Non ebbero bisogno di guardarsi l’un 1′altro per rendersi conto che ormai non erano completi e non lo sarebbero stati mai più. Ma sapevano anche che tutto sarebbe stato differente da quel momento, che le loro case avrebbero avuto le porte più ampie, i soffitti più alti e i pavi menti più saldi, in modo che il ricordo di Esteban potesse andare da ogni parte senza intoppare con gli architravi, e che nessuno osasse sussurrare in futuro finalmente è morto lo stupido grande, che peccato, è morto lo scemo bello, perché loro avrebbero pitturato le facciate di colori allegri per eternare il ricordo di Esteban, e si sarebbero rotti la schiena scavando sorgenti nelle pietre e seminando fiori sulle scogliere, in modo che nelle albe degli anni venturi i passeggeri delle grandi navi si svegliassero soffocati da un odore di giardini in Altomare, e il capitano dovesse scendere dal suo cassero con la sua uniforme di gala, col suo astrolabio, la sua stella polare e la sua filza di medaglie di guerra, e indicando il promontorio di rose sull’orizzonte dei Caribi dicesse in quattordici idiomi, guardate là, dove il vento è ora così docile che rimane a dormire sotto i letti, là, dove il sole brilla tanto che non sanno dove girare i girasoli, si, là è il Villaggio di Esteban.

Tutto il mondo è paese….

Questo il titolo della bellissima e dettagliatissima recensione de L’ombelico di Adamo uscita sul sito libri.tempoxme.it. Ne riporto un breve stralcio:

“Stefano Tofani ambienta il suo romanzo, che dovrebbe essere un giallo, ma che di fatto è ben altro, in uno sperduto paesino toscano, Cùzzole, in cui si concentrano tutti i tic dell’italianità e purtroppo anche i malcostumi della società e della politica nostrana […]”

“Sembra che il primo a divertirsi sia proprio Tofani. Questo elemento coinvolge il lettore e crea una sintonia piena tra chi legge, chi scrive e chi viene rappresentato. Questa partecipazione è la vera, grande, originale felicità de L’ombelico di Adamo.”

Leggila tutta sul sito libri.tempoxme.it

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