Dove si parla di me e del risotto di Gadda…

L’estratto di una mia intervista rilasciata ad Alessandro Noseda per il blog “Giallo e Cucina”.

stefano tofani

Ciao Stefano, ci racconti chi sei e perché leggi e scrivi?
Conduco una vita normale: ho un lavoro, una compagna, due bambini. Ma ogni tanto sento il bisogno di rifugiarmi in una realtà parallela, solo mia. Leggere è un piacere, scrivere quasi una necessità. Infatti quando sto senza scrivere per un po’ di tempo sento come una mancanza: è qualcosa di più di una passione e ho sempre scritto per me, per il piacere di farlo. Se poi arriva anche l’apprezzamento dei lettori e degli addetti ai lavori, com’è stato per L’ombelico di Adamo, è anche gratificante, una soddisfazione doppia.

Sei uno scrittore eclettico, che cambia spesso timbro e stile?
Nel romanzo ho cambiato timbro e stile, perché si alternano due parti scritte in terza persona a due parti scritte in prima persona (dove i due personaggi sono rispettivamente un uomo e una donna). Le parti in terza persona mi consentono una libertà maggiore: è lì che esce la vis comica e lo stile è ricco ed elaborato. Le parti in prima persona portano invece alla luce i pensieri dei protagonisti e com’è naturale che sia lo stile è più intimista e scarno.
Nei racconti (finora ne ho pubblicati una decina, quasi tutti con 80114 edizioni) adeguo lo stile alla storia che racconto, o al personaggio che parla.

Dove trai ispirazione?
Tutte le storie che ho scritto sono storie di vita quotidiana. Niente thriller, niente giallo, niente elementi fantastici. Solo “L’ombelico di Adamo” assume ad un certo punto una connotazione gialla: c’è infatti un omicidio, e ci sono le relative indagini, ma restano in secondo piano. Quello che mi interessa veramente è la cosiddetta commedia umana. Lo stesso esergo chiarisce le mie intenzioni. È una frase di Ennio Flaiano: “E pensare che questa farsa durerà ancora miliardi di anni, dicono”.

Prendi in prestito dalla realtà o dai pieno spazio alla fantasia?
Le storie sono tutte frutto della mia fantasia, ma certo hanno dei legami con la realtà che mi circonda o con il mio vissuto. Così come i personaggi.

Dove scrivi? carta e penna o direttamente al p.c.?
Direttamente al PC e possibilmente a casa. Ma mi è capitato anche di scrivere in biblioteca sempre al PC. Carta e penna però sono sempre con me: ho un quadernetto per appuntarmi idee, situazioni, frasi…

Raccontaci del tuo ultimo nato. Come è sbocciata l’idea?
Volevo creare un mistero sul quale una piccola comunità com’è quella di un paese si interrogasse e facesse le ipotesi più svariate… Questa è stata l’idea iniziale: sapevo che poi la storia sarebbe venuta fuori grazie all’intreccio delle voci, delle storie. Così mi è venuto in mente di far comparire di notte, dal nulla, una statua maschile nella piazza principale. Per renderla più misteriosa ho aggiunto una mascherina sugli occhi e le ho messo un mappamondo in mano. Non bastava, doveva anche essere pruriginosa, ed ecco che mi è venuta l’idea di farle indossare un perizoma leopardato. Chi raffigurava? Chi ce l’aveva messa? Perché? Io stesso non lo sapevo all’inizio…

Perché questo titolo “L’ombelico di Adamo?”
Nel romanzo compare una raffigurazione del Paradiso Terrestre, e Adamo, come in tutte le sue raffigurazioni (da quella di Michelangelo in giù), ha l’ombelico. Eppure, essendo non partorito, l’ombelico non dovrebbe avercelo. L’ombelico di Adamo diventa così una metafora del romanzo: come a dire qualcosa che c’è ma non ci dovrebbe essere. O anche: un errore, un’inesattezza che diventa verità consolidata, qualcosa che nessuno mette in discussione, come tutte le chiacchiere, i pettegolezzi, le bugie che stratificandosi diventano più vere della verità.

Quando scrivi segui una scaletta prefissata o ti fai condurre dalla narrazione?
Inizio a scrivere da una situazione, da un’immagine, e scopro io stesso la storia a poco a poco, scrivendo. Se sapessi già come va a finire, mi annoierebbe. E così mi lascio guidare dai personaggi e a volte (sembra assurdo ma è così) dalle parole che mi vengono in testa. Una parola piuttosto che un’altra può cambiare una frase, un periodo, quindi un’intera scena, portare la trama da una parte piuttosto che da un’altra. La forma in questo caso s’impone sul significato. Sono molto attento al suono, allo stile, alla melodia della frase.

Quali ricordi come maggiori difficoltà?
Quando scrivo non ho grosse difficoltà. L’unica vera grande difficoltà è trovare il tempo da dedicare alla scrittura. Qualche ora di fila senza interruzioni o distrazioni.

Del rapporto con l’editor cosa puoi dirci?
Il rapporto con l’editor, Valentina Capogna, è stato ottimo. Ci siamo scambiati alcune mail con le sue osservazioni e le mie contro-osservazioni, fino ad arrivare alla versione finale. I cambiamenti non sono stati molti (qualche taglio, qualche aggiustamento) ma hanno sicuramente migliorato il romanzo. Colgo l’occasione per ringraziare Valentina pubblicamente.

Descriviti come lettore. Hai un genere preferito o spazi a seconda del momento, dello stato d’animo?
Non ho un genere preferito ma prediligo i libri ben scritti a quelli con una trama avvincente, e autori che hanno uno “stile”. Per restare agli italiani: Landolfi, Bufalino, Biamonti, Tondelli, Tabucchi, Buzzati, Gadda… Ma anche Camilleri, Campanile, Malvaldi. Leggo veramente di tutto: ora sul comodino ho “Il gatto” di Simenon e l’esilarante “Caffè del Borzacchini” del Maestro Giorgio Marchetti.

Un suggerimento ad un collega esordiente che ha la sua storia nel cassetto e non ha trovato ancora nessun editore interessato a pubblicarla?
Io ho pubblicato grazie alla vittoria di un concorso (il Premio Villa Torlonia) indetto dalla Giulio Perrone Editore. Passare attraverso un concorso in certi casi può essere una scorciatoia da tenere in considerazione, e comunque dà la misura del proprio lavoro.

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico?
All’inizio non è stato facile, sono piuttosto timido. Devo dire però che mi sono abituato abbastanza in fretta e anche se finora non ho fatto molte presentazioni, nelle ultime mi sono sentito più sciolto.

Una domanda che ti ha messo in difficoltà?
Ne “L’ombelico di Adamo”, come ho detto prima, la statua indossa un perizoma leopardato, e durante la presentazione del romanzo a Pisa Marco Malvaldi (un mito) mi ha chiesto se secondo me qualcuno lo indossa perizoma leopardato. Non sapendo che rispondere mi sono salvato in corner “Non lo so…” gli ho detto “Io comunque lo trovo parecchio comodo…”

Come di consueto, ti ringraziamo dell’invito e ti chiediamo di chiudere con una ricetta ed una citazione!
La ricetta non può essere che quella, meravigliosa, del risotto alla milanese scritta da Carlo Emilio Gadda. Ne riporto uno stralcio:

“Burro, quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve far bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco, non annegarlo. Il riso ha da indurarsi, ho detto, sul fondo stagnato. Poi a poco a poco si rigonfia, e cuoce, per l’aggiungervi a mano a mano del brodo, in che vorrete esser cauti, e solerti: aggiungete un po’ per volta del brodo, a principiare da due mezze ramaiolate di quello attinto da una scodella « marginale », che avrete in pronto. In essa sarà stato disciolto lo zafferano in polvere, vivace, incomparabile stimolante del gastrico, venutoci dai pistilli disseccati e poi debitamente macinati del fiore. Per otto persone due cucchiaini da caffè. Il brodo zafferanato dovrà aver attinto un color giallo mandarino: talché il risotto, a cottura perfetta, venti-ventidue minuti, abbia a risultare giallo-arancio: per gli stomaci timorati basterà un po’ meno, due cucchiaini rasi, e non colmi: e ne verrà fuori un giallo chiaro canarino. Quel che più importa è adibire al rito un animo timorato degli dei e reverente del reverendo Esculapio o per dir meglio Asclepio, e immettere nel sacro « risotto alla milanese » ingredienti di prima (qualità): il suddetto Vialone con la suddetta veste lacera, il suddetto Lodi (Laus Pompeia), le suddette cipolline; per il brodo, un lesso di manzo con carote-sedani, venuti tutti e tre dalla pianura padana, non un toro pensionato, di animo e di corna balcaniche: per lo zafferano consiglio Carlo Erba Milano in boccette sigillate: si tratterà di dieci dodici, al massimo quindici, lire a persona: mezza sigaretta. Non ingannare gli dei, non obliare Asclepio, non tradire i familiari, né gli ospiti che Giove Xenio protegge, per contendere alla Carlo Erba il suo ragionevole guadagno. No!”

La citazione è una frase di Victor Hugo: “Dio non ha fatto che l’acqua, ma l’uomo ha fatto il vino!”

Premio Ultima Frontiera

Sabato 11 ottobre a Volterra in occasione della presentazione de L’ombelico di Adamo e del reading al Teatro di Nascosto. Gran bella giornata: per la partecipazione, per la passione con cui abbiamo parlato di letteratura e di poesia, per il nubifragio che non ci ha fermato e per il fantasma del Vescovo che stavolta non s’è fatto vedere.

Nella prima foto sono con l’altro finalista Stefano Valenti (La fabbrica del panico, Feltrinelli, già Premio Campiello), e con Alessandro Agostinelli, scrittore e giornalista, membro della Giuria.

Presentazione L'ombelico di Adamo di Stefano Tofani a Volterra

Premio Ultima Frontiera – La presentazione

Presentazione L'ombelico di Adamo di Stefano Tofani a Volterra

Premio Ultima Frontiera – Il reading

In finale al Premio Ultima Frontiera di Volterra

L’ombelico di Adamo è tra i 5 finalisti del Premio Letterario Nazionale Ultima Frontiera di Volterra anno 2014 dedicato ad un grandissimo scrittore italiano, Carlo Cassola. E’ stato scelto dalla giuria presieduta da Athos Bigongiali e ora sarà giudicato da una Società dei lettori, costituita da cittadini volterrani.

I 5 finalisti:
– Pierluigi CAPPELLO, “Questa libertà”, Rizzoli
– Maria Rosa CUTRUFELLI, “I bambini della Ginestra”, Frassinelli
– Serena PENNI, “Silenzio”, Polistampa
– Stefano TOFANI, “L’ombelico di Adamo”, Perrone
– Stefano VALENTI, “La fabbrica del panico”, Feltrinelli

Sabato 11 ottobre la presentazione delle opere e sabato 18 ottobre la premiazione… Incrociamo le dita!

carlo cassola premio ultima frontiera stefano tofani

Bisognerebbe non conoscerlo mai, l’amore. Continuare a sperarci… Ma che non venisse mai (Un cuore arido, Carlo Cassola)

Piccoli equivoci senza importanza…

E ho proseguito sul molo con passi pausati e lenti, cercando di non calpestare gli interstizi del lastricato, come quando ero bambino e con un ingenuo rituale provavo a regolare sulla simmetria delle pietre la mia infantile decifrazione del mondo ancora senza scansione e senza misura.
(A. Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza)

l'ombelico di adamo di stefano tofan

La reliquia…

Alle nove, per ristabilire la superiorità del sacro sul profano, c’era la processione. La statua del martire, in legno scuro, munita di preziosa e miracolosa reliquia (un dito medio), attraversava le strade del paese, cosparse di fiori profumati, in un brulichio di lumini rossi e d’inni sacri.

Alle undici tutto il paese, raccolto sul grande piazzale antistante la chiesa, salutava a dovere
san Macario coi fuochi d’artificio: per un anno nessuno l’avrebbe più considerato, nemmeno per una grazia minima, ma quella sera tutti gli dedicavano un pensiero, ed era bello immaginarselo fiero e gongolante in cielo, con tutta l’accolita dei santi che si complimentava e gli dava generose pacche sulle spalle.

L’ombelico di Adamo, pg 126

reliquiario san macario

Il reliquiario conservato nella chiesa di Cùzzole

Non si tratta di leggerli, ma di abitarli…

Il miglior modo di leggere i libri è il più semplice, ma è proprio di grandi lettori. Si acquista con l’età, l’esperienza, oppure è un dono che si scopre in se stessi, da ragazzi, con la rivelazione delle prime letture. Si tratta di non abbandonare mai “quel” libro, di lasciarlo e riprenderlo, di “andarci a letto”.

Ma poiché questo modo è suggerito soltanto dai grandi autori, col tempo si resta circondati soltanto da ottimi libri. E si diventa perfidi, si arriva a capire un libro nuovo ad apertura di pagina, a liberarsene subito. E se invece il libro convince, a lasciarlo per qualche tempo sempre a portata di mano, sul tavolo o sul comodino, poiché la sua sola vista procura un vero piacere, né si teme di finirli presto: lo scopo di questi libri è infatti di essere riletti, di farsi riprendere quando tutto va male, quando ci sembra che la verità possa esserci confermata non da quello che succede intorno a noi, ma da quello che è nelle pagine di un libro. Tutti i grandi libri sono stati letti e continuano a essere letti così. È più esatto dire che non si tratta di leggerli, ma di abitarli, di sentirseli addosso.

Facendone il conto, ognuno trova che i suoi si riducono a un centinaio, largheggiando. E molti di essi hanno aspettato anni e anni prima di essere ripresi, in un giorno di particolare disgusto esistenziale. Ma è la loro forza.

Ennio Flaiano

ragazza_libri

L’annegato più bello del mondo, di Gabriel Garcia Marquez

In un libro ogni lettore trova un riferimento diverso, legato al suo vissuto, alle letture passate. È un onore che L’ombelico di Adamo sia riuscito ad evocare anche un bellissimo racconto di Gabriel Garcia Marquez. Questo.

L’annegato più bello del mondo (in “La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata”, Mondadori)

I primi bambini, che videro il promontorio scuro e circospetto che si avvicinava dal mare si fecero illusione che era una nave nemica. Poi videro che non portava né bandiere né alberatura, e pensarono che fosse una balena. Ma quando si incagliò sulla spiaggia gli tolsero i cespi di sargassi, i filamenti di meduse e i resti di banchi e di naufragi che si portava addosso, e soltanto allora scoprirono che era un annegato. Avevano giocato con lui tutto il pomeriggio, seppellendolo e disseppellendolo nella sabbia, quando qualcuno li vide per caso e gridò allarme nel villaggio. Gli uomini che lo trasportarono fino alla casa più vicina notarono che pesava più di tutti i morti conosciuti, tanto quasi come un cavallo, e si dissero che forse era stato troppo tempo alla deriva e l’acqua gli si era cacciata dentro le ossa.

Quando lo stesero per terra videro che era stato molto più grande di tutti gli uomini, perché ci stava a malapena nella casa, ma pensarono che magari la facoltà di continuare a crescere dopo la morte era nella natura di certi annegati. Aveva l’odore del mare, e soltanto la forma permetteva di supporre che era il cadavere di un essere umano, perché la sua pelle era rivestita di una corazza di remora e di fango. Non dovettero pulirgli la faccia per sapere che era un morto estraneo. Il villaggio aveva appena una ventina di case di tavole, con cortili di sassi senza fiori, sbandate sull’estremità di una punta desertica. La terra era così scarsa, che le madri vivevano nella paura che il vento si portasse via i bambini, e i pochi morti che gli anni gli andavano cagionando dovevano gettarli giù dalle scogliere. Ma il mare era placido e prodigo, e tutti gli uomini ci stavano in sette barche. Sicché, quando trovarono l’annegato, bastò che si guardassero l’un l’altro per rendersi conto che c’erano tutti.

Quella notte non uscirono a lavorare in mare. Mentre gli uomini si accertavano se non mancava nessuno nei villaggi vicini, le donne rimasero a curare l’annegato. Gli tolsero il fango con stoppacci di sparto, gli districarono dai capelli i cardi sottomarini e gli raschiarono la remora con ferri da squamare i pesci. A mano a mano che lo facevano, notarono che la sua vegetazione era di oceani remoti e di acque profonde, e che il suo vestito era a brandelli, come se avesse navigato attraverso labirinti di coralli. Notarono anche che sopportava la morte con alterezza, perché non aveva il sembiante solitario degli altri annegati del mare, e nemmeno la cera sordida e da bisognoso degli annegati fluviali. Ma soltanto quando finirono di pulirlo ebbero coscienza della classe d’uomo che era, e allora rimasero senza fiato. Non solo era il più alto, il più forte, il più virile, il più armato che esse avessero mai visto, ma anche mentre lo stavano vedendo eccedeva la loro immaginazione.

Non trovarono nel villaggio un letto abbastanza grande per allungarlo, né una tavola abbastanza solida per vegliarlo. Non gli andavano né i calzoni da festa degli uomini più alti, né le camicie domenicali dei più corpulenti, né le scarpe del più piantato. Affascinate dalle sue sproporzioni e dalla sua bellezza, le donne decisero allora di fargli un paio di calzoni con un bel pezzo di vela brigantina, e una camicia di tela Olanda da sposa, perché potesse continuare la sua morte con dignità. Mentre cucivano sedute in cerchio, contemplando il cadavere tra punto e punto, sembrava loro che il vento non era stato mai tanto tenace né i Caraibi tanto ansiosi come quella notte, e supponevano che quei cambiamenti avevano qualcosa a che vedere col morto. Pensavano che se quell’uomo magnifico fosse vissuto nel villaggio, la sua casa avrebbe avuto le porte più ampie, il soffitto più alto e il pavimento più saldo, e il telaio del suo letto sarebbe stato fatto di costa maestra con perni di ferro, e la sua donna sarebbe stata là più felice.

Pensavano che avrebbe avuto tanta autorità che per cavare i pesci dal mare gli sarebbe bastato chiamarli coi loro nomi, e avrebbe messo tanto impegno nel suo lavoro da far sgorgare sorgenti tra le pietre più aride e da poter piantare fiori sulle scogliere. Lo paragonarono in segreto ai loro uomini, pensando che non sarebbero stati capaci di fare in tutta una vita ciò che quell’uomo era capace di fare in una notte, e finirono per ripudiarli nel fondo dei loro cuori come gli esseri più squallidi e meschini della terra. Andavano smarren dosi lungo quei dedali di fantasia, quando la più vecchia delle donne, che essendo la più vecchia aveva contemplato l’annegato con meno passione che compassione, sospirò: «Ha la faccia di chiamarsi Esteban». Era vero. Alla maggior parte di loro bastò guardarlo di nuovo per capire che non poteva avere altro nome. Le più cocciute, che erano le più giovani, si mantennero nell’illusione che una volta vestito, disteso tra fiori e con un paio di scarpe di vernice, si potesse chiamare Lautaro. Ma fu un’illusione vana.

La tela risultò scarsa, i calzoni mal cuciti e peggio tagliati gli andarono stretti, e le forze occulte del suo cuore facevano saltare i bottoni della camicia. Dopo mezzanotte si assottigliarono i sibili del vento e il mare cadde nel sopore del mercoledì. Il silenzio mise fine agli ultimi dubbi: era Esteban. Le donne che lo avevano vestito, quelle che lo avevano pettinato, quelle che gli avevano tagliato le unghie e raspato la barba non poterono reprimere un brivido di compassione, quando dovettero rassegnarsi a lasciarlo lungo e disteso per le terre. Fu allora ché compresero quanto aveva dovuto essere infelice con quel corpo madornale, se perfino dopo morto ne era impacciato.

Lo videro condannato a vita a passare di traverso per le porte, a rompersi la testa contro gli architravi, a restarsene in piedi durante le visite senza sapere cosa farsene delle mani tenere e rosee da bue di mare, intanto che la padrona di casa cercava la sedia più resistente e lo supplicava morta di paura si sieda qui Esteban, per favore, e lui appoggiato alle pareti, sorridendo, non si preoccupi signora, sto bene così, coi talloni ridotti carne viva e la schiena arroventata a furia di ripetere la stessa cosa in tutte le visite, non si preoccupi signora, così sto bene, solo per non correre la vergogna di schiantare la sedia, e magari senza aver mai saputo ché quelli che gli dicevano non andartene Esteban, aspetta almeno finché bolle il caffè, erano gli stessi che poi sussurravano finalmente se n’è andato lo stupido grande, che bellezza, se n’è andato lo scemo bello. A questo pensavano le donne davanti al cadavere un po’ prima dell’alba. Più tardi, quando gli coprirono la faccia con un fazzoletto perché non gli desse fastidio la luce, lo videro così morto per sempre, così indifeso, così simile ai loro uomini, che sentirono aprirsi le prime crepe di lacrime nel cuore. Fu una delle più giovani a cominciare a singhiozzare.

Le altre, incorandosi l’un l’altra, passarono dai sospiri ai lamenti, é tanto più singhiozzavano quanto più voglia sentivano di piangere, pere l’annegato gli continuava a diventare sempre più Esteban, finché lo piansero tanto che fu l’uomo più derelitto della terra, il più docile e il più servizievole, il povero Esteban. Cosicché, quando gli uomini tornarono con la notizia che l’annegato non era nemmeno dei villaggi vicini; esse sentirono un vuoto di giubilo tra le lacrime. « Dio sia benedetto » sospirarono: « è nostro! ». Gli uomini credettero che quelle smancerie non fossero altro che frivolezze di donne. Stanchi delle tortuose indagini della notte, avevano solo voglia di togliersi di mezzo una volta per sempre l’impaccio dell’intruso prima che si accendesse il sole aspro di quel giorno arido e senza vento. Improvvisarono una barella con avanzi di trinchetti e di bome, e li legarono insieme con scasse d’altura, perché potessero resistere al peso del corpo fino alle scogliere. Vollero incatenargli un ancora da nave mercantile in modo che se ne andasse a picco senza inciampi nei mari più profondi dove i pesci sono ciechi e gli scafi muoiono di nostalgia, cosicché le correnti cattive non lo riportassero per caso a riva, com’era successo con altri corpi.

Ma più si affrettavano e più cose venivano in mente alle donne per perdere tempo. Giravano come galline spaventate becchettando amuleti del mare nelle arche, certe intralciando qui perché volevano mettere all’annegato gli scapolari del buon vento, altre là per allacciargli un braccialetto d’orientamento, e dopo tanto togliti di lì donna, mettiti dove non disturbi, guarda che mi fai quasi cadere sul defunto, agli uomini salirono al fegato i sospetti, e cominciarono a borbottare a che pro tanta ferraglia da altar maggiore per un forestiero, se per quante tolle e tollini si portasse addosso se lo sarebbero masticato i pescecani, ma le donne continuavano a brancicare le loro reliquie da paccottiglia, recando e riportando, inciampando, mentre se ne andava in sospiri quello che non se ne andava in lacrime, di modo che gli uomini finirono per sacrare che da quando in qua un trambusto simile per un morto alla deriva, per un annegato di nessuno, per uno sfasciume di merda. Una delle donne, mortificata da tanta insolenza, tolse allora il fazzoletto dalla faccia del cadavere, e anche gli uomini rimasero senza fiato.

Era Esteban. Non ci fu bisogno di ripeterlo per farglielo riconoscere. Se gli avessero detto Sir Walter Raleigh, perfino loro si sarebbero impressionati per il suo accento da gringo, per il suo cacatoa sulla spalla, per il suo archibugio da ammazzare cannibali, ma Esteban poteva essere soltanto uno al mondo, ed eccolo lì bell’e tirato come un agone, senza stivaletti, con certi calzoni da settimino e con quelle unghie marnose che potevano essere tagliate solo a coltello. Bastò che gli togliessero il fazzoletto dalla faccia per rendersi conto che si stava vergognando, che non aveva colpa di essere così grande, così pesante e così bello, e se avesse saputo che sarebbe successo tutto quel trambusto avrebbe cercato un luogo più discreto per annegarsi, sul serio, mi sarei legato io stesso un’ancora da galeone al collo e avrei incespicato come a non farlo apposta sulle scogliere, per non andare in giro a dar fastidio con questo morto di merenda, come loro dicono, per non dare fastidio a nessuno con questa porcheria di sfasciume che non ha niente a che vedere con me.

C’era così tanta verità nel suo modo di essere, che perfino gli uomini più sospettosi, quelli che sentivano amare le minuziose notti del mare temendo che le mogli si stancassero di sognare loro per sognare annegati, perfino quelli, e altri più duri, rabbrividirono fin nelle midolla per la sincerità di Esteban. Fu così che gli fecero i funerali più splendidi che potevano essere concepiti per un annegato esposto. Alcune donne che erano andate a cercare fiori nei villaggi vicini tornarono con altre che non credevano a quello che le contavano, e queste andarono a cercare altri fiori quando videro il morto, e ne portarono altri ed altri, finché ci furono così tanti fiori e così tanta gente che a malapena si poteva camminare. All’ultimo momento spiacque a tutti restituirlo orfano alle acque, e gli scelsero un padre e una madre tra i migliori, e altri gli si fecero fratelli, zii e cugini, cosicché tramite lui tutti gli abitanti del villaggio finirono per essere parenti tra loro. Certi marinai che udirono il pianto a distanza persero la certezza della rotta, e si seppe di uno che si fece legare all’albero maestro, rammentando antiche favole di sirene. Mentre si disputavano il privilegio di trasportarlo a spalla lungo la ripida scarpata delle scogliere, uomini e donne ebbero coscienza per la prima volta, della desolazione delle loro viuzze, dell’aridità dei loro cortili, della ristrettezza dei loro sogni, di fronte allo spendore e alla bellezza del loro annegato.

Lo lasciarono andare senz’ancora, perché potesse tornare se voleva, e quando lo volesse, e tutti trattennero il fiato per la frazione di secondo che durò la caduta del corpo fin nell’abisso. Non ebbero bisogno di guardarsi l’un 1′altro per rendersi conto che ormai non erano completi e non lo sarebbero stati mai più. Ma sapevano anche che tutto sarebbe stato differente da quel momento, che le loro case avrebbero avuto le porte più ampie, i soffitti più alti e i pavi menti più saldi, in modo che il ricordo di Esteban potesse andare da ogni parte senza intoppare con gli architravi, e che nessuno osasse sussurrare in futuro finalmente è morto lo stupido grande, che peccato, è morto lo scemo bello, perché loro avrebbero pitturato le facciate di colori allegri per eternare il ricordo di Esteban, e si sarebbero rotti la schiena scavando sorgenti nelle pietre e seminando fiori sulle scogliere, in modo che nelle albe degli anni venturi i passeggeri delle grandi navi si svegliassero soffocati da un odore di giardini in Altomare, e il capitano dovesse scendere dal suo cassero con la sua uniforme di gala, col suo astrolabio, la sua stella polare e la sua filza di medaglie di guerra, e indicando il promontorio di rose sull’orizzonte dei Caribi dicesse in quattordici idiomi, guardate là, dove il vento è ora così docile che rimane a dormire sotto i letti, là, dove il sole brilla tanto che non sanno dove girare i girasoli, si, là è il Villaggio di Esteban.