TFR – Un mio racconto su OneShot…

one shot stefano tofani 80144 edizioni

A volte li saluto, a volte no. Dipende da loro, se salutano prima. Ma a volte non rispondo nemmeno a quelli che salutano per primi, e non lo faccio per maleducazione, figurarsi che mi importa delle buone maniere; lo faccio per godere della smorfia rabbiosetta che si disegna loro sulla faccia, immagine quanto mai eloquente e buffa del vaffanculo che non mi possono dire. Quando ripartono so che per un chilometro buono  parleranno di me, quel cafone del casellante, che nemmeno risponde al buongiorno, e la cosa mi piace. A volte li derubo, e questo dipende da loro. Per esempio vanno esclusi quelli che mi danno i soldi contati, che in quel caso non c’è che da alzare la sbarra, arrivederci, se ne ho voglia, e grazie.

I miei furti infatti si riducono a creste microscopiche sui resti, che trattengo e verso in un mio fondo speciale, in apposito scomparto della giacca, una versione del tutto personale del tanto reclamizzato TFR (Ti Fotto il Resto, l’ho battezzato il mio). Me l’ha consigliato la nonna: così tieni il cervello allenato, che sennò ci impazzisci del tutto in quella specie di bugigattolo. Se le cose vanno male e il guidatore se ne accorge subito, macchina ancora ferma, sorrido e mi colpisco con una manata sulla faccia, mentre faccio un commento, che ne so, su quanto picchia il sole o sulle ore che ho già passato in quello sgabuzzino. Simulo una distrazione, insomma; chiedo scusa e rimedio. Se il guidatore se ne accorge che è già partito, figurarsi se torna indietro a pretendere venti centesimi; e se anche dovesse pensare che l’abbia volutamente truffato, e fosse così misero da voler sporgere denuncia (può anche capitare/ è un’eventualità/ la gente è folle), la mia faccia non se la ricorderebbe di certo, mica mi guarda mai veramente nessuno…

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L’annegato più bello del mondo, di Gabriel Garcia Marquez

In un libro ogni lettore trova un riferimento diverso, legato al suo vissuto, alle letture passate. È un onore che L’ombelico di Adamo sia riuscito ad evocare anche un bellissimo racconto di Gabriel Garcia Marquez. Questo.

L’annegato più bello del mondo (in “La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata”, Mondadori)

I primi bambini, che videro il promontorio scuro e circospetto che si avvicinava dal mare si fecero illusione che era una nave nemica. Poi videro che non portava né bandiere né alberatura, e pensarono che fosse una balena. Ma quando si incagliò sulla spiaggia gli tolsero i cespi di sargassi, i filamenti di meduse e i resti di banchi e di naufragi che si portava addosso, e soltanto allora scoprirono che era un annegato. Avevano giocato con lui tutto il pomeriggio, seppellendolo e disseppellendolo nella sabbia, quando qualcuno li vide per caso e gridò allarme nel villaggio. Gli uomini che lo trasportarono fino alla casa più vicina notarono che pesava più di tutti i morti conosciuti, tanto quasi come un cavallo, e si dissero che forse era stato troppo tempo alla deriva e l’acqua gli si era cacciata dentro le ossa.

Quando lo stesero per terra videro che era stato molto più grande di tutti gli uomini, perché ci stava a malapena nella casa, ma pensarono che magari la facoltà di continuare a crescere dopo la morte era nella natura di certi annegati. Aveva l’odore del mare, e soltanto la forma permetteva di supporre che era il cadavere di un essere umano, perché la sua pelle era rivestita di una corazza di remora e di fango. Non dovettero pulirgli la faccia per sapere che era un morto estraneo. Il villaggio aveva appena una ventina di case di tavole, con cortili di sassi senza fiori, sbandate sull’estremità di una punta desertica. La terra era così scarsa, che le madri vivevano nella paura che il vento si portasse via i bambini, e i pochi morti che gli anni gli andavano cagionando dovevano gettarli giù dalle scogliere. Ma il mare era placido e prodigo, e tutti gli uomini ci stavano in sette barche. Sicché, quando trovarono l’annegato, bastò che si guardassero l’un l’altro per rendersi conto che c’erano tutti.

Quella notte non uscirono a lavorare in mare. Mentre gli uomini si accertavano se non mancava nessuno nei villaggi vicini, le donne rimasero a curare l’annegato. Gli tolsero il fango con stoppacci di sparto, gli districarono dai capelli i cardi sottomarini e gli raschiarono la remora con ferri da squamare i pesci. A mano a mano che lo facevano, notarono che la sua vegetazione era di oceani remoti e di acque profonde, e che il suo vestito era a brandelli, come se avesse navigato attraverso labirinti di coralli. Notarono anche che sopportava la morte con alterezza, perché non aveva il sembiante solitario degli altri annegati del mare, e nemmeno la cera sordida e da bisognoso degli annegati fluviali. Ma soltanto quando finirono di pulirlo ebbero coscienza della classe d’uomo che era, e allora rimasero senza fiato. Non solo era il più alto, il più forte, il più virile, il più armato che esse avessero mai visto, ma anche mentre lo stavano vedendo eccedeva la loro immaginazione.

Non trovarono nel villaggio un letto abbastanza grande per allungarlo, né una tavola abbastanza solida per vegliarlo. Non gli andavano né i calzoni da festa degli uomini più alti, né le camicie domenicali dei più corpulenti, né le scarpe del più piantato. Affascinate dalle sue sproporzioni e dalla sua bellezza, le donne decisero allora di fargli un paio di calzoni con un bel pezzo di vela brigantina, e una camicia di tela Olanda da sposa, perché potesse continuare la sua morte con dignità. Mentre cucivano sedute in cerchio, contemplando il cadavere tra punto e punto, sembrava loro che il vento non era stato mai tanto tenace né i Caraibi tanto ansiosi come quella notte, e supponevano che quei cambiamenti avevano qualcosa a che vedere col morto. Pensavano che se quell’uomo magnifico fosse vissuto nel villaggio, la sua casa avrebbe avuto le porte più ampie, il soffitto più alto e il pavimento più saldo, e il telaio del suo letto sarebbe stato fatto di costa maestra con perni di ferro, e la sua donna sarebbe stata là più felice.

Pensavano che avrebbe avuto tanta autorità che per cavare i pesci dal mare gli sarebbe bastato chiamarli coi loro nomi, e avrebbe messo tanto impegno nel suo lavoro da far sgorgare sorgenti tra le pietre più aride e da poter piantare fiori sulle scogliere. Lo paragonarono in segreto ai loro uomini, pensando che non sarebbero stati capaci di fare in tutta una vita ciò che quell’uomo era capace di fare in una notte, e finirono per ripudiarli nel fondo dei loro cuori come gli esseri più squallidi e meschini della terra. Andavano smarren dosi lungo quei dedali di fantasia, quando la più vecchia delle donne, che essendo la più vecchia aveva contemplato l’annegato con meno passione che compassione, sospirò: «Ha la faccia di chiamarsi Esteban». Era vero. Alla maggior parte di loro bastò guardarlo di nuovo per capire che non poteva avere altro nome. Le più cocciute, che erano le più giovani, si mantennero nell’illusione che una volta vestito, disteso tra fiori e con un paio di scarpe di vernice, si potesse chiamare Lautaro. Ma fu un’illusione vana.

La tela risultò scarsa, i calzoni mal cuciti e peggio tagliati gli andarono stretti, e le forze occulte del suo cuore facevano saltare i bottoni della camicia. Dopo mezzanotte si assottigliarono i sibili del vento e il mare cadde nel sopore del mercoledì. Il silenzio mise fine agli ultimi dubbi: era Esteban. Le donne che lo avevano vestito, quelle che lo avevano pettinato, quelle che gli avevano tagliato le unghie e raspato la barba non poterono reprimere un brivido di compassione, quando dovettero rassegnarsi a lasciarlo lungo e disteso per le terre. Fu allora ché compresero quanto aveva dovuto essere infelice con quel corpo madornale, se perfino dopo morto ne era impacciato.

Lo videro condannato a vita a passare di traverso per le porte, a rompersi la testa contro gli architravi, a restarsene in piedi durante le visite senza sapere cosa farsene delle mani tenere e rosee da bue di mare, intanto che la padrona di casa cercava la sedia più resistente e lo supplicava morta di paura si sieda qui Esteban, per favore, e lui appoggiato alle pareti, sorridendo, non si preoccupi signora, sto bene così, coi talloni ridotti carne viva e la schiena arroventata a furia di ripetere la stessa cosa in tutte le visite, non si preoccupi signora, così sto bene, solo per non correre la vergogna di schiantare la sedia, e magari senza aver mai saputo ché quelli che gli dicevano non andartene Esteban, aspetta almeno finché bolle il caffè, erano gli stessi che poi sussurravano finalmente se n’è andato lo stupido grande, che bellezza, se n’è andato lo scemo bello. A questo pensavano le donne davanti al cadavere un po’ prima dell’alba. Più tardi, quando gli coprirono la faccia con un fazzoletto perché non gli desse fastidio la luce, lo videro così morto per sempre, così indifeso, così simile ai loro uomini, che sentirono aprirsi le prime crepe di lacrime nel cuore. Fu una delle più giovani a cominciare a singhiozzare.

Le altre, incorandosi l’un l’altra, passarono dai sospiri ai lamenti, é tanto più singhiozzavano quanto più voglia sentivano di piangere, pere l’annegato gli continuava a diventare sempre più Esteban, finché lo piansero tanto che fu l’uomo più derelitto della terra, il più docile e il più servizievole, il povero Esteban. Cosicché, quando gli uomini tornarono con la notizia che l’annegato non era nemmeno dei villaggi vicini; esse sentirono un vuoto di giubilo tra le lacrime. « Dio sia benedetto » sospirarono: « è nostro! ». Gli uomini credettero che quelle smancerie non fossero altro che frivolezze di donne. Stanchi delle tortuose indagini della notte, avevano solo voglia di togliersi di mezzo una volta per sempre l’impaccio dell’intruso prima che si accendesse il sole aspro di quel giorno arido e senza vento. Improvvisarono una barella con avanzi di trinchetti e di bome, e li legarono insieme con scasse d’altura, perché potessero resistere al peso del corpo fino alle scogliere. Vollero incatenargli un ancora da nave mercantile in modo che se ne andasse a picco senza inciampi nei mari più profondi dove i pesci sono ciechi e gli scafi muoiono di nostalgia, cosicché le correnti cattive non lo riportassero per caso a riva, com’era successo con altri corpi.

Ma più si affrettavano e più cose venivano in mente alle donne per perdere tempo. Giravano come galline spaventate becchettando amuleti del mare nelle arche, certe intralciando qui perché volevano mettere all’annegato gli scapolari del buon vento, altre là per allacciargli un braccialetto d’orientamento, e dopo tanto togliti di lì donna, mettiti dove non disturbi, guarda che mi fai quasi cadere sul defunto, agli uomini salirono al fegato i sospetti, e cominciarono a borbottare a che pro tanta ferraglia da altar maggiore per un forestiero, se per quante tolle e tollini si portasse addosso se lo sarebbero masticato i pescecani, ma le donne continuavano a brancicare le loro reliquie da paccottiglia, recando e riportando, inciampando, mentre se ne andava in sospiri quello che non se ne andava in lacrime, di modo che gli uomini finirono per sacrare che da quando in qua un trambusto simile per un morto alla deriva, per un annegato di nessuno, per uno sfasciume di merda. Una delle donne, mortificata da tanta insolenza, tolse allora il fazzoletto dalla faccia del cadavere, e anche gli uomini rimasero senza fiato.

Era Esteban. Non ci fu bisogno di ripeterlo per farglielo riconoscere. Se gli avessero detto Sir Walter Raleigh, perfino loro si sarebbero impressionati per il suo accento da gringo, per il suo cacatoa sulla spalla, per il suo archibugio da ammazzare cannibali, ma Esteban poteva essere soltanto uno al mondo, ed eccolo lì bell’e tirato come un agone, senza stivaletti, con certi calzoni da settimino e con quelle unghie marnose che potevano essere tagliate solo a coltello. Bastò che gli togliessero il fazzoletto dalla faccia per rendersi conto che si stava vergognando, che non aveva colpa di essere così grande, così pesante e così bello, e se avesse saputo che sarebbe successo tutto quel trambusto avrebbe cercato un luogo più discreto per annegarsi, sul serio, mi sarei legato io stesso un’ancora da galeone al collo e avrei incespicato come a non farlo apposta sulle scogliere, per non andare in giro a dar fastidio con questo morto di merenda, come loro dicono, per non dare fastidio a nessuno con questa porcheria di sfasciume che non ha niente a che vedere con me.

C’era così tanta verità nel suo modo di essere, che perfino gli uomini più sospettosi, quelli che sentivano amare le minuziose notti del mare temendo che le mogli si stancassero di sognare loro per sognare annegati, perfino quelli, e altri più duri, rabbrividirono fin nelle midolla per la sincerità di Esteban. Fu così che gli fecero i funerali più splendidi che potevano essere concepiti per un annegato esposto. Alcune donne che erano andate a cercare fiori nei villaggi vicini tornarono con altre che non credevano a quello che le contavano, e queste andarono a cercare altri fiori quando videro il morto, e ne portarono altri ed altri, finché ci furono così tanti fiori e così tanta gente che a malapena si poteva camminare. All’ultimo momento spiacque a tutti restituirlo orfano alle acque, e gli scelsero un padre e una madre tra i migliori, e altri gli si fecero fratelli, zii e cugini, cosicché tramite lui tutti gli abitanti del villaggio finirono per essere parenti tra loro. Certi marinai che udirono il pianto a distanza persero la certezza della rotta, e si seppe di uno che si fece legare all’albero maestro, rammentando antiche favole di sirene. Mentre si disputavano il privilegio di trasportarlo a spalla lungo la ripida scarpata delle scogliere, uomini e donne ebbero coscienza per la prima volta, della desolazione delle loro viuzze, dell’aridità dei loro cortili, della ristrettezza dei loro sogni, di fronte allo spendore e alla bellezza del loro annegato.

Lo lasciarono andare senz’ancora, perché potesse tornare se voleva, e quando lo volesse, e tutti trattennero il fiato per la frazione di secondo che durò la caduta del corpo fin nell’abisso. Non ebbero bisogno di guardarsi l’un 1′altro per rendersi conto che ormai non erano completi e non lo sarebbero stati mai più. Ma sapevano anche che tutto sarebbe stato differente da quel momento, che le loro case avrebbero avuto le porte più ampie, i soffitti più alti e i pavi menti più saldi, in modo che il ricordo di Esteban potesse andare da ogni parte senza intoppare con gli architravi, e che nessuno osasse sussurrare in futuro finalmente è morto lo stupido grande, che peccato, è morto lo scemo bello, perché loro avrebbero pitturato le facciate di colori allegri per eternare il ricordo di Esteban, e si sarebbero rotti la schiena scavando sorgenti nelle pietre e seminando fiori sulle scogliere, in modo che nelle albe degli anni venturi i passeggeri delle grandi navi si svegliassero soffocati da un odore di giardini in Altomare, e il capitano dovesse scendere dal suo cassero con la sua uniforme di gala, col suo astrolabio, la sua stella polare e la sua filza di medaglie di guerra, e indicando il promontorio di rose sull’orizzonte dei Caribi dicesse in quattordici idiomi, guardate là, dove il vento è ora così docile che rimane a dormire sotto i letti, là, dove il sole brilla tanto che non sanno dove girare i girasoli, si, là è il Villaggio di Esteban.